Storie di natura, a cui la cultura si affianca
per descriverla e allucinarla, o semplicemente per marcare la
differenza tra la complicazione umana e la semplicità animale.
L’uomo infatti ammira la semplicità animale, fino
a vedere in essa il principio della sua felicità, ma, pur
volendola, ci avverte Nietzche “L’uomo non la vuole
come l’animale”.
Eppure gli animali, nella forma del serpente,
del topo, del ragno, dell’uccello, della donnola, popolano
le mitologie di tutte le culture e le fantasie di tutte le donne
quando il loro corpo si fa più animale per attendere al
compito della generazione. Qui una soggettività altra,
quella della specie, prende in una donna il posto del suo Io,
ne sospende i progetti del cuore e della mente per lasciar corso
al lavoro impersonale del corpo, dove la legge del genere, per
tutto il tempo della gravidanza, sospende la legge dell’individuo
che dice sempre “Io”. Potenza della materia che impone
il suo ritmo allo spirito, testimone in questa circostanza della
sua fragilità fino ai limiti dell’impotenza.
Si genera con il ventre e si genera con la parola. Lo spirito
(di solito come prerogativa maschile) sempre insegue la materia
(prerogativa femminile) nel tentativo di capire se stesso, e di
apparire nei confronti della materia più puro, perché
non mescolato ai liquidi e al sangue.
Umberto Galimberti
Elementi di regia
Lo spazio scenico è curvo. E’ uno spazio astratto
nel cui fuoco è un acquario. L’acquario è
nel luogo del focolare, è il focolare, il centro, la memoria,
pertanto assorbirà via via altre immagini nelle quali si
trasformerà. Attorno a questo topos si sviluppano i segni
delle scene domestiche e non. Il pubblico dovrebbe essere disposto
seguendone le stesse linee, in modo da essere direttamente parte
dell’ accadere scenico.
Gli elementi poetici e formali di una moderna tragedia sono evidenti
nel doppio registro del linguaggio ora più fluidamente
conversativo ora poeticamente contratto e verticale a segnare
nei personaggi di Katia e Vittorio il frammento di un coro che
si strappa e ricompone nella ripetizione a refrain di alcuni versi
a contrappuntare l'azione dei protagonisti, nonché nella
presenza dal vivo di un musicista che attraverso la plasticità
della strumentazione elettronica fa emergere la suggestione dell'orchestra
…
Parole, suoni, immagini in uno spazio definito da linee curve
dove l'intreccio circolare delle scritture sceniche fa emergere
anche attraverso l'immaterialità della scenografia elettronica
che permette la fusione di elementi archetipci quali l'acqua e
il fuoco altrimenti incompatibili, l'evento nella sua dimensione
enigmatica: la nascita nella sua specularità con la morte,
la parola nel suo radicarsi nel silenzio, l'inizio nella fine,
la marea ininterrotta dell'esistenza.
Valeria Patera
I suoni di “Aquae”.
Le onde sonore che si espandono
nell'acqua prendono la forma d’onde fisiche reali, tangibili,
di forma "con-centrica", ovvero avente stesso centro,
stessa origine, stessa nascita.
Nascita come origine, acqua come primordio sono entrambe legate
indissolubilmente con la forma sferica della perfezione.
L'immersione ''meta-fisica'' in un mondo sonoro acquatico ancestrale
suggerisce timbri sferici di anfore percosse a dita e a palmi
di mano o "soffiate "nelle loro profondità, liquidità
acustica di gong balinesi, effervescenza ritmica di ''angklung''
giavanesi, canti d'amore di cetacei che si propagano echeggiando
nei canyon abissali, filtri ed inviluppi di forme d'onda sinusoidali
che creano pendenze iperboliche ed esponenziali. Ma la tavolozza
sonora non si ferma ai meri timbri e si espande anch'essa nella
circolaritá ipnotica del tempo e del ritorno, dei cicli
vitali e delle stagioni umane, in un flusso magmatico tale da
indicarne le strade compositive e strutturali per una loro metafora
pulsante.
La musica di “Aquae” è un continuo gorgogliare
di frequenze e vibrazioni che rimandano alla memoria infantile
della dimensione dentro la placenta, come in acquario abitato
da uomini dove le pulsazioni ritmiche del cuore scandiscono il
tempo protettivo. Il suo ascolto è di tipo olofonico, ovvero
orienta l’ascoltatore verso un mondo acustico avvolgente
che ne consente una percezione tridimensionale ed in questa struttura
tecnologica si consuma il rimbombo delle sonorità liquide
della vita.
Le composizioni, scritte per MIDI wind controller, computer, anfora,
flauti ad acqua, sono pensate per essere eseguite dal vivo dall’autore
con stretta relazione ritmica e sincronica con il testo dell’opera,
i movimenti degli attori, le scene e le immagini, in un misto
d’improvvisazione controllata e scrittura ortodossa tesa
a caratterizzarne la struttura multimediale dell’opera.
La tecnologia usata per la costruzione tridimensionale del sonoro
è quella “quadrifonica” che, simile al sourrond
come concezione, si presta, in quest’ottica, per una spazializzazione
circolare del suono.
Mario Crispi