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Turing e la mela
di Giulio Giorello

Nella storia la mela ha sempre avuto una certa importanza. C’è la mela che colse Eva e che anche Adamo mangiò, e si sono viste poi le conseguenze. C’è quella che cadde sulla testa di Newton – una storiella che lui stesso, in tarda età, amava raccontare – e oggi siamo alle prese con l’enigma della gravitazione. C’è anche la mela avvelenata di Alan Turing. Fermiamoci qui. Questo "La mela di Alan" o "Hacking the Turing Test” nella versione inglese di Valeria Patera rivisita lo scandalo di quest’ ultima mela e ripresenta come enigma la vita, la morte e il destino di colui che tanto fece per decifrare il codice Enigma durante la seconda guerra mondiale. Ma decifrare il senso della vita è molto più difficile.
Alla vicenda umana e scientifica di Alan Turing qui l'autrice sovrappone i dialoghi di due hackers che a loro volta si interrogano sul significato di quello che fanno. Essi contrappongono al mondo reale, fatto di cose e di corpi, ma anche di istituzioni come tasse e Polizia, il mondo virtuale della Rete. Analogamente al caso di Turing è in gioco la diversità contro l’omologazione, la scienza straordinaria (extraordinary science) contro la ricerca normale (normal research). La libertà contro la necessità. E se la libertà sognata da chi naviga in Rete non fosse altro che una diversa forma di necessità? D’altra parte, ricorda uno dei due hackers pressoché all’ inizio della piece di Patera: “Io sono un abitante della Rete, un cittadino di una nazione diversa, con regole, leggi e tradizioni diverse”. Appunto! Ancora una volta una nazione, ancora una volta delle regole e dei confini! Qualcuno potrebbe anche essere sfiorato dal sospetto che il mondo meraviglioso immaginato e desiderato dagli hackers possa rivelarsi un Brave New World. C’è forse un test che ci permette di distinguere efficacemente le forme della libertà da quelle della necessità?
La stessa vicenda esistenziale di Turing mostra la difficoltà di tracciare divisioni nette. La scienza è davvero emancipazione intellettuale e la tecnologia significa sempre “progresso”? Allora perché “la Polizia se ne interessa tanto”? A quale tipo di libertà ha sacrificato Turing i suoi anni migliori? Quale società aperta è mai quella che usa una sorta di castrazione chimica per “normalizzare” coloro che appaiono sessualmente“irregolari”? E possono le macchine essere migliori, in un qualsiasi senso del termine, degli esseri umani? Nel ripresentarsi continuo di questi interrogativi, questo testo non può che assumere a simbolo poetico proprio quel Turing test che è diventato uno dei punti più tipici del dibattito anima-corpo-macchina, o se preferite, mente-cervello-computer. È almeno dai tempi di Cartesio che ci trasciniamo questo problema. Ma è stata l’indagine logica astratta (il concetto di Turing-computabilità) a dischiuderci davvero quel Brave New World cui accennavamo più sopra; l’aspetto tecnologico (il programma noto come Strong Artificial Intelligence) è venuto dopo, per altro anticipato genialmente proprio da Alan Turing. Forse è qualcosa di più di una scherzo della storia che il test che poi nella letteratura pertinente sarebbe stato indissolubilmente legato al nome Turing, fosse stato ispirato da un test sul genere (atto cioè a smascherare se l’interlocutore nascosto fosse maschio o femmina). A sessualità incerta corrisponde ora un essere umano altrettanto incerto. Basta scorrere la documentazione sugli esiti del Turing test. Leggo per esempio nell’interessante volume di Paul M. Churchland, The Engine of Reason, the Seat of the Soul (1995), che nel corso di non poche esecuzioni del test nessuna “macchina” è stata scambiata dai “giudici” per un essere umano, ma che non pochi esseri umani sono stati presi per macchine, vedi specialmente il capitolo 9. Forse non è il caso tanto di chiedersi se una macchina possa pensare, ma se non sia il caso di concludere che, quando pensiamo, lo facciamo come “macchine”.
Anzi gli hackers di questa piece ci fanno capire che in un senso non banale del termine noi siamo (anche) macchine. Però macchine estremamente sofisticate che sono passate attraverso un lungo percorso evolutivo. Queste macchine si chiamano anche corpi e forse il peccato di Turing è quello di dimenticarsi talora di avere un corpo e che anche le simulazioni dell’intelligenza su macchine sono fortemente condizionate dalle strutture fisiche impiegate. È abituale oggi criticare il test di Turing da opposti punti di vista. Secondo alcuni sarebbe troppo restrittivo, secondo altri troppo permissivo. E in entrambi i casi non sarebbe in grado di rappresentare in modo adeguato quel tipo di pensiero simbolico che oggi ci pare uno dei risultati più significativi dell’evoluzione, in primo luogo biologica e in secondo luogo culturale. Si veda in proposito l’ormai celebre argomento della stanza cinese di John R. Searle. La piece di Valeria Patera non pretende ovviamente di sciogliere questo rompicapo filosofico. Ma con intelligenza insinua che sia sul simbolo che “muore” il programma di ricerca di Turing.
I simboli, infatti, sono importanti come mostrano appunto le storielle sulle mele e quella di Turing è un po’ come la mela (avvelenata) di Biancaneve con la differenza che nella favola di Turing non c’è nessun Principe azzurro a baciare il corpo del dormiente.

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